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Federico Barocci, un grande Artista della Storia dell’Arte.

L’Arte è il percorso che ha l’uomo per esprimere se stesso, il proprio sentire nel confronto con la Natura, sia intesa secondo l’originario pensiero filosofico greco della “totalità del reale”(Perì physeòs), o secondo quello di Kant , ovvero l’ordine dei fenomeni, secondo regole necessarie o leggi, oppure nel confronto con se stessi, una ricerca della interiorità metafisica dell’anima.

Gli Artisti, nei secoli, hanno creato opere d’Arte che hanno risuonato come diapason nei cuori dei lettori dei quadri, delle sculture, delle poesie ecc, risvegliando vibrazioni, energie vitali dagli effetti quasi terapeutici e taumaturgici.

A me  questi effetti li causano taluni Artisti del passato e del presente e che hanno una speciale sottile, sublime seduzione che arriva nel profondo della mente e dell’anima.

Oggi, avendo raggiunto quella che utopisticamente si chiama “maturità”, ed avendo acquisito esperienza e (poca) conoscenza, posso tentare un bilancio pacato, ragionato, con il cuore, una specie di scrematura qualitativa, di quelli che, secondo me, sono gli immortali nell’Arte in tutti i campi, i Geni-monstre che sovrastano giganteschi tutti gli altri nella  visione artistica e che sono sicuramente eletti dal Signore.

Egli ha dato loro una Grazia particolare, ed ha sempre tenuto la mano sulla loro testa e li ha guidati come sue diramazioni, sue pedine.

Di essi alcuni sono “scontati,” altri un po’ meno, perchè meno conosciuti..

Una specie di graduatoria casereccia nel merito, una sorta di scelta del tutto personale del "Sublime".

Per la Musica, quelli che io personalmente reputo unici e semi-dei, se non dei e basta sono:

Mozart, ovviamente, e no comment.  Poi Puccini,( non necessariamente in quest’ordine). E mi piace anche Ottorino Respighi, poi Claudio Baglioni, Mina, Frank Sinatra, e l'immortale, unico Mario del Monaco.

Ed infine il grande Errol Garner con quel suo tocco magico dei polpastrelli sui tasti del piano, graduato ed accarezzato, articolato e onirico che sa trasmettere in linea diretta emozioni e vibrazioni dal suo cuore direttamente al nostro. E ci fa sentire tutti grandi pianisti, anche se non sappiamo suonare.

Ma la Musica è un elemento corporeo, nel senso che le sue invisibili vibrazioni ed onde musicali entrano fisicamente nel cervello prima, attraverso le aperture delle nostre ridicole orecchie, per poi raggiungere i più remoti recessi dello spirito, invadendo fisicamente gangli nervosi, nuclei elettrici del cervello, e dopo aver scombussolato il nostro essere, creano, mentre si sedimentano nell’anima, emotività come il bisogno di piangere, di rilassarsi, di sognare. 

Per la Scultura, un'opera che ha su di me un potere magico, ipnotico e travolgente da sentirmi male è una scultura lignea che si trova nel Duomo di San Gimignano: l’Annunciazione di Iacopo della Quercia, del 1422, dove la statua di Maria raggiunge perfezioni architettoniche, musicali, poetiche forse mai più superate. Il fluire della lunga veste rossa, il portamento di sorpresa, le mani sul seno, l’espressione sognante e di apprensione nella consapevolezza del suo compito straordinario…..

Poi c’è ovviamente Michelangelo.

C’è il Davide….che io sono certo essere una creazione di esseri alieni venuti da Marte per farsi conoscere e che Michelangelo ha spacciato per opera sua.

Infatti questa non è un’opera umana, non può essere.

Lì c’è tutta la potenza di Dio, sì, quello che ha fatto le montagne, i tramonti, i fiori, i cani, gli uccelli, le gemme…e anche l’uomo, forse suo unico errore.

Ma si è riscattato creando Michelangelo e pochi altri Geni.

Nei nostri tempi c’è l’Opera sublime (credo che userò questo termine in questa sede molto spesso, perdonatemi) di Venanzio Crocetti che io ho avuto il privilegio di conoscere e di avere mio ospite, che mi ha fatto cambiare il mio concetto di religiosità, di Arte e di vita.

Mi riferisco alle stazioni della passione di Cristo nella Chiesa di San Giovanni Bosco a Cinecittà, Opere la cui visione ogni volta, suona come un gong bronzeo nelle mie orecchie e che mi fa tremare le gambe ed i polsi.

L’efficacia iconografica, la potenza descrittiva, il coinvolgimento spirituale con forme semplici, lineari, quasi studiate a tavolino…ma scolpite con l’anima e modellate con il cuore.

Quasi come le sculture cinesi del periodo Tang.

Limpidi nella struttura, attivi nel messaggio, solenni ed eleganti formalmente.

La Pittura, come la Scultura, si insinua nel nostro essere attraverso gli occhi per toccarlo e farci fremere di emozione.

Il Giotto, solo per iniziare in ordine di tempo, non necessariamente per qualità, che io amo in particolare è quello degli Scrovegni, è quello del bacio di Giuda, che ha la potenza e la capacità di farci sentire tutti dei Giuda, dei miserabili, noi come umanità, di farci vergognare per quello che l’uomo ha fatto contro questo innocente, emblema dell’innocenza, della purezza, della fatale bontà.

E Dio gli ha dato l’illuminazione francescana di non considerarlo più  come nel concetto bizantino lontano dall’uomo, padre e padrone anche un po’ crudele e dal cipiglio cupo e pauroso dei mosaici di Monreale, o di Cefalù o in altre mille Chiese Greco-ortodosse del mondo.

Non più il timor dei, dunque, ma un Dio Padre ma anche fratello ed addirittura vittima nostra!

Giotto, anche attraverso l’intensità espressiva degli occhi di Cristo e dei santi e degli angeli che lo circondano, ci ha riportato Dio, Gesù tra di noi mortali, per farcelo conoscere ed apprezzare, per farcelo amare e non temere, per darci la possibilità della sicurezza della Sua alleanza ed amicizia a cui chiedere favori, sapendo di riceverli.

Giotto aveva recepito questo simbolismo e ha chiesto a Dio di poterlo effigiare.

E Dio lo ha guidato con la sua mano.

Così come ha fatto con Masaccio della Cappella Brancacci, nella Chiesa di Santa Maria del Carmine a Firenze, con San Pietro nel solenne incedere, che non è  regale e superbo di un governante prepotente e crudele, ma quasi defilato, carico di dolore per la condizione umana, che senza guardare il postulante per non umiliarlo nel vedere la sua disperata condizione, gli dà l’elemosina.

Non la concede…la dona, ed in cambio riceve da una misera con bambino in braccio, da uno storpio stremato, degli sguardi di gratitudine così intensi, così sentiti che sono rivolti non soltanto a San Pietro ma a tutta quella buona umanità compassionevole, fraterna che ancora esiste anche se di specie rara.

Non ci sono parole per descrivere il coinvolgimento emotivo che Masaccio ci propone…!

Michelangelo pittore,  nel Giudizio Universale nella Sistina, più ancora che nella volta legata a situazioni circoscritte descrittive, strutturali e decorative, credo che abbia cantato a voce spiegata e potente tutta la gloria del Signore.

Invito lo spettatore ad avvicinarsi alla parete sul lato sinistro guardando il Giudizio, sopra la porticina della sacrestia (custodi feroci permettendo), e ammirare quasi ad altezza umana da vicinissimo le figure affrescate.

E qui si sente la presenza fisica, con tutta l’anima di Michelangelo che dipinge là, proprio dove si è ora, con i piedi poggiati dove sono ora i vostri piedi.

Michelangelo qui, ha rappresentato la resurrezione dei corpi dal purgatorio.

Le figure sono trattate in stile compendiario quasi come gli affreschi romani della villa dei Misteri a Pompei, pochi colpi svelti di pennello, senza dettagli di unghie o peli, ma di una efficacia sconvolgente.

E’ rappresentata tutta la tragedia dell’essere umani, tutta la nostra fragilità corporea, ma anche tutta la nostra spiritualità, la scintilla della grazia di Dio, per la quale voliamo, levitiamo solenni, colmi di amore di Dio, verso il Paradiso per godere la gioia eterna della visione di Cristo.

Michelangelo accentra l’attenzione sul Cristo, quasi ignorando il concetto di Trinità.

Non c’è traccia del Padre, e dove, come nella volta, c’è il Padre non c’è il figlio.

Nel giudizio finale non si vedono le fiammelle o la colomba dello Spirito Santo come nelle incisioni del Cort, non si vede la mano del Padre che sporge dal cielo come nei mosaici paleocristiani, non appaiono insieme Padre Figlio e Spirito Santo come nella “Disputa del Sacramento” di Raffaello.

C’è solo Gesù che accoglie tutti, nella nostra drammatica situazione di morte fisica, per consolarci ed abbracciarci, direttamente, umanamente, fraternamente.

E poi ecco il più grande di tutti, colui che con il linguaggio del corpo, combinato con quello dei colori è riuscito non solo a riportare il Divino sulla terra tra di noi, come fece Giotto tre secoli prima, ma anche ad umanizzarlo estrapolandone il meglio dell’umanità e a mostrarla con un forza dirompente ineguagliabile: Federico Fiori detto il Barocci.

Un’Opera, tra le tante grandiose, che amo molto è il “Riposo durante la fuga in Egitto”. Tutto è perfetto in questo sublime quadro della Pinacoteca Vaticana: la parte strutturale, quella cromatica e quella della verità divina umanizzata.

Immersa (come tutte le opere del Barocci) in una atmosfera leggermente ovattata, nebbiosa in cui i contorni delle cose e dei corpi sono delicatamente evanescenti, l’immagine rappresenta al centro una giovane e virginea Maria che attinge un po’ di acqua da una piccola fonte.

Dietro di lei, in piedi, San Giuseppe con un sorriso delicatissimo, offre con un ampio gesto, un rametto di ciliegie, testè colto da un albero, al piccolo Gesù che lo afferra delicatamente con le incerte manine e con un sorriso semplicemente paradisiaco.

Sulla destra, ad occupare uno spazio altrimenti vuoto, un asinello vigila in riposo. Simbolo di umiltà e mezzo di trasporto.

Una scena familiare serena ed intima nel riverbero degli affetti.

Ma, ed ecco il genio del Barocci, egli non dimentica la “qualità” divina del gruppetto che è messa in evidenza dalla nobiltà dei gesti, e dalla colorazione delle vesti che sembrano essere costituite da nuvole nel tramonto e da profondità marine perfettamente dosate ed accostate.

E poi l’umanità divina o la divina umanità del linguaggio dei loro corpi.

Maria sembra attenta ad attingere l’acqua da una piccola fonte con una scodellina ma il suo giovane e delicatissimo volto esprime silenziosamente meditazione e rassegnazione. La bocca un po’ ristretta indice di tensione interiore, gli occhi abbassati leggermente gonfi di pianto per la suprema tragica consapevolezza, con il braccio sinistro rilassato sul grembo che tradisce la sua totale obbedienza al disegno divino.

Un poema celestiale.

San Giuseppe, nel suo ruolo di padre, protettore affettuosissimo, porge il rametto, come porge tutto se stesso, anch’egli, al progetto divino ed il suo mantello rosso luminoso è delicatamente mosso da una ventilazione soprannaturale, che non solo dà slancio psicologico al suo gesto, ma gli conferisce un ruolo angelico.

E poi il piccolo Gesù dalle tenere carni appena rosate afferra divertito le ciliegie, istaurando con il padre un rapporto di affetto-gratitudine che esiste solo tra padre e figlio.

E talvolta tra nonno e nipotino…. E questo lo dico per esperienza personale.

Io vedo in quell’innocente sorriso di Gesù, nei suoi occhi ridenti ed espressivi  quelli di mio nipote di un anno.

Così come li vidi 36 anni fa circa in quelli dei miei figli bambini.

Federico Barocci lo ha percepito perché il suo cuore era puro ed innocente.

Caravaggio aveva una crudezza realistica radicata nella terra, nella società del suo tempo, e non è mai arrivato a percezioni soprannaturali come quelle di Barocci. 

Federico Barocci ha sorpassato il limite dell’umano per entrare in quello metafisico e spirituale in cui soltanto un puro di cuore ha accesso.

Consiglio vivamente una visita ad una epocale mostra del Barocci a Siena, in cui oltre alle sue sublimi opere ve ne sono altre di grandi maestri che però al suo confronto si spengono come candele in una tempesta.

E consiglio altresì di acquistare uno strepitoso volume-catalogo-guida, edito per l’occasione da Silvana editoriale di Cinisello Balsamo, curato da una schiera preziosissima di storici dell’Arte, e da critici di grande preparazione e sensibilità ed illustrato da foto di una qualità straordinaria di stampa grazie ad una sofisticatissima tecnologia imprenditoriale.

Un figlio ideale di Barocci, erede e reggente lo stesso scettro di genio, sua reincarnazione di circa un secolo più tardi, ma figlio della sua epoca fu Sebastiano Conca, 1679-1764. Artista sublime il cui pennello era usato con i colori non da lui ma da mani di Angeli. Lui assisteva solamente e si prendeva gli elogi e gli emolumenti. Non può essere altrimenti che così.

Un piccolo quadro nella Pinacoteca Vaticana che rappresenta la deposizione di Cristo tolto dalla Croce, esposto a livello di bambino, ha una pericolosità estrema: ha la capacità di attirare l’attenzione del visitatore e di tenerlo legato, anche contro la sua volontà, con una forma di malia e di incantesimo che perdura anche dopo essere portato via di peso dai custodi all’ora di chiusura…….

Cito brevemente altri due Geni che raggiungono con la loro opera vette mai toccate da altri e che si prospettano alla visione del Paradiso.

Uno è il veneto Ippolito Caffi, e l’altro è  Max Ihlenfeldt alias Massimo Campigli.

La figura di Ippolito Caffi, in onore del quale ho avuto il privilegio ed il vanto di organizzare una mostra di alcuni suoi quadri, circa 3 anni fa al Vittoriano, è legata a quel filone corotiano delle vedute di città ed in particolare Roma e Venezia.

Anni fa ho avuto il grande piacere di effettuare una ricerca sul suo operato nel Vaticano, ai primi anni del pontificato di Pio IX.

Ho riconosciuto la sua mano in diverse formelle degli armadi della biblioteca apostolica Vaticana, poiché ho avuto l’occasione di passare loro davanti quasi quotidianamente. E con l’altissimo credito ricevuto dal Compianto Prof. Carlo Pietrangeli, allora direttore Generale dei Musei Vaticani, pubblicai uno scritto su questa scoperta, che tale fu, poiché la loro attribuzione non era ancora stata trovata.

E io fra l’altro trovai la ragione di tale inconsapevolezza per il fatto che non esistono ricevute di pagamenti a lui effettuati o altri documenti di committenza semplicemente, per una omonimia con un carbonaro, Ippolito Caffi fu cancellato dalla lista dei pittori del Vaticano insieme a tutto ciò che aveva riferimento con lui.

Egli ha saputo avvertire la magia di Roma, dei suoi monumenti, delle sue piazze e soprattutto della sua luce , magari in autunno e l’ha ricreata perfettamente realistica aggiungendo nelle sue opere un elemento particolare che dà vita alla rappresentazione o al panorama, e cioè l’amore.

Campigli mi commuove, mi rilassa e mi appaga con le sue geometrie umane, con le figure femminili che riverberano, nella loro solennità interiore, Piero della Francesca.

Grandi geni, grandi figure…tutti morti. Ma perché devono morire questi uomini straordinari e lasciarci soli ? anche se quelli che ho menzionato sono immortali ?

Mi consolo con il pensiero che il Padreterno ne aveva bisogno per arricchire il Paradiso.

 

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